DEPORTAZIONI
Nel corso della seconda guerra mondiale circa 40.000 italiani furono strappati dalle loro case e deportati nei Lager nazisti: oppositori politici, ebrei, zingari, omosessuali, Testimoni di Geova.
Dei 40.000 deportati italiani finora accertati solo uno su dieci fece ritorno.
Ricostruire la loro storia attraverso le testimonianze dirette e indirette, promuovere gli studi e le attività didattiche, le pubblicazioni e gli incontri, è un dovere della ricerca storica locale che l'Istituto si impegna a sostenere, nell'intento della costruzione della memoria collettiva del territorio.

Ritratta nella fotografia, Ida Benedetta Pesaro |
Ida Benedetta (detta Tina) Pesaro nasce a Castel San Giovanni nel 1913 da Ferdinando Pesaro e Bice Calabresi, ebrei di origine ferrarese trasferitisi nel 1912 in provincia di Piacenza dove lavorano come imprenditori tessili (nel 1929 acquistano la “Manifattura Testani” che diventa “Maglificio Ferdinando Pesaro”). A Castel San Giovanni nascono anche gli altri figli: Emilio nel 1915, Carlo nel 1916, Ida nel 1919, Bruna nel 1924 e Franco nel 1924.
Con la promulgazione delle leggi razziali nel 1938, la famiglia Pesaro viene considerata di razza ebraica e subisce numerose limitazioni previste dalla legge e discriminazioni. L'entrata dell'Italia in guerra e successivamente l'occupazione della Germania nei territori della Repubblica Sociale non fecero che peggiorare la posizione degli ebrei, confinati nei comuni di residenza e sottoposti e rigide disposizioni.
A Castel San Giovanni Emilio è ricercato per aver bruciato in piazza un ritratto di Mussolini il 26 luglio 1943, dopo aver saputo della caduta del regime fascista: la sera del 30 novembre i militi fascisti e i carabinieri vanno a casa dei Pesaro e non trovando Emilio prelevano la madre, Bice Calabresi, che portano in carcere dove è trattenuta al posto del figlio.
La sera del 1 dicembre, Tina si reca al comando dei carabinieri e su sua richiesta rimane in prigione invece della madre. Intanto il 30 novembre erano state emanate le disposizioni del ministero dell'Interno sull'invio ai campi di concentramento degli ebrei residenti nel territorio nazionale e così la posizione di Tina cambia: non è più trattenuta come ostaggio ma in quanto ebrea, in attesa di essere internata.
Alla fine di novembre i fratelli erano riusciti a fuggire in Svizzera, mentre la madre e le sorelle lasciano Castel San Giovanni all'inizio di dicembre nascondendosi prima a Milano, poi a Trescore e infine in provincia di Crema, a Farinate di Capralba. Tina invece rimane in carcere in angosciosa attesa: nonostante la richiesta, dietro presentazione di certificazione medica, di essere ricoverata in qualche ospedale, e nonostante le autorità fasciste chiedano al comando tedesco di non procedere al traferimento, Tina viene portata al campo di concentramento di Fossoli il 31 luglio 1944, da dove riparte il giorno dopo per Auschwitz, dove muore.

A sinistra nella fotografia, Enrico Richetti |
Enrico Richetti (in divisa, a sinistra), nato a Gorizia nel 1910, laureato in giurisprudenza e lettere, ebreo e iscritto al partito fascista, volontario in Africa Orientale, aveva insegnato a Ferrara, a Bologna in una scuola privata fino all'espulsione con le leggi razziali del 1938. All'inizio del 1943 si era trasferito a Piacenza con la compagna Rosanna Ognibene alla quale era intestato un negozio di macchine da scrivere Everest in via XX Settembre.
All'inizio di dicembre aveva lasciato la città per raggiungere gli alleati, ma fu arrestato il 26 gennaio 1944 a Firenze e dopo un mese trasferito nelle carceri piacentine. Trasferito al campo di concentramento di Fossoli il 14 aprile 1944, da qui viene subito mandato ad Auschwitz: Enrico morì nel campo di Dachau il 6 gennaio 1945.
Notizie tratte da G. Zucchini , La via al lager degli ebrei del Piacentino , in “Studi piacentini”, n.15, anno 1994, pp.7-47.